Google ci spia
Scritto da Francesco Polimeni • Venerdì, 13 agosto 2010 • Commenti 0 • Categoria: Privacy
Traccia e registra i nostri movimenti sulla rete. Vede quello che cerchiamo, vede quello che leggiamo o guardiamo. Sa dove siamo. Conosce i nostri interessi, anche quelli che vogliamo tenere nascosti. Controlla il contenuto e i destinatari delle nostre email. Pochi lo sanno, qualcuno lo sospetta, quasi tutti lo ignorano, ma è proprio così. Ci spia. E poi ci scheda, conservando la mole di informazioni che ci riguardano in un database per un anno e mezzo. Otto italiani su dieci che usano Internet sono finiti nei database di Google. Più riesce a conoscerci, più specifica, corrispondente ai nostri gusti e quindi efficace sarà la pubblicità che ci farà trovare sui siti che visitiamo. Per i cervelloni del marketing è semplicemente behavioral advertising, pubblicità personalizzata. I difensori della privacy, invece, usano un termine più sinistro: profiling. Profilazione degli utenti. Ormai lo fanno quasi tutti i più grossi operatori del web. Ma nessuno in maniera capillare quanto il gigante di Mountain View. Ma quante informazioni riesce a raccogliere il colosso della rete?

Si chiama Google Alarm ed è un'applicazione che consente di essere avvertiti quando Google sta catturando dati dell'utente mentre naviga. Il computer emetterà un suono, simile a quello prodotto dalla fastidiosa vuvuzela, la tromba usata durante i mondiali in Sudafrica. L'applicazione Google Alarm è stata sviluppata da
Google è il maggior provider di pubblicità in rete, la CIA è il volto "ufficiale" della potente intelligence statunitense: due organizzazioni diverse con obiettivi diversi ma che si incontrano nel caso dell'investimento comune in Recorded Future. La piccola società ha realizzato un software di monitoraggio di nuova concezione, potenzialmente in grado di servire agli scopi sia di Google - vendere ancora più pubblicità a più persone - che della CIA - controspionaggio, investigazioni, antiterrorismo e sorveglianza globale. L'engine di monitoraggio (o "analisi spaziale e temporale") sviluppato da Recorded Future rastrella dati su mezzo milioni di siti web, flussi Twitter, post su blog, mettendo in correlazione persone ed eventi e fornendo ai propri clienti preziose informazioni su trend o avvenimenti passati, presenti e persino futuri.
Le informazioni che diffondiamo quotidianamente in rete, spesso in maniera inconsapevole, generano ogni anno miliardi di dollari. E a beneficiare di questo ricco bottino sono realtà come Google, Yahoo! e Facebook che raccolgono ogni giorno le informazioni provenienti dai propri utenti, per poi rivenderle agli investitori pubblicitari. Ma poiché si tratta di materiale che ci appartiene a tutti gli effetti, per quale motivo dovrebbero essere loro gli unici a trarne profitto? È l’interrogativo a cui ha provato a rispondere Bynamate, start-up con sede operativa a San Francisco, sviluppando un'applicazione attraverso cui gli utenti possono monitorare la quantità e la tipologia di dati che i cosiddetti ad network, ovvero le aziende che mettono in contatto gli investitori pubblicitari con i siti web che promuovono i loro prodotti, accumulano durante la nostra navigazione sul web. Secondo Ginsu Yoon, co-fondatore delle start-up ed ex Business Manger di Second Life, questo sistema rappresenta un’opportunità per i consumatori, poiché lo sviluppo tecnologico ha riguardato per ora soltanto il mondo delle imprese.
"Sistema e metodo per modificare la rilevanza dei risultati della ricerca attraverso un'attività di monitoraggio": è il titolo abbastanza innocuo di un brevetto ottenuto da Google, che aveva presentato domanda nel 2005. Si tratta di un sistema per valutare gli interessi degli utenti del motore di ricerca analizzando i movimenti del cursore.
Google dà il benservito a Windows, il sistema operativo di Microsoft, che resta il più diffuso al mondo, ma secondo il gigante delle ricerche Internet accusa problemi di sicurezza.
È emerso recentemente che Google usa l'auto di Street View per memorizzare dati sulle reti Wi-Fi domestiche. I dati, usati per migliorare i servizi di geolocalizzazione, mettono a rischio la riservatezza, secondo i garanti europei.
Violate alcune caselle e-mail di giornalisti di istanza in Cina e a Taiwan. Benché non si sia ancora certi che questi attacchi siano stati voluti dal governo di Pechino sono troppe le somiglianze con quelli recenti perpetrati ai danni di Google e che hanno dato il via ad una querelle tra le autorità e Big G, convincendo quest’ultimo a lasciare progressivamente il mercato cinese.
Un quotidiano del partito comunista cinese ha accusato oggi Google di collusione con spie americane, dicendo che la decisione dell'azienda di ritirarsi dalla Cina a causa della censura giustifica gli sforzi di Pechino di promuovere una tecnologia sviluppata in casa.
